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  • Elena Cerruto

Appunti di viaggio 1994-2020


Nel 1994 pubblicai A ritmo di cuore, La Danza Terapeutica (Xenia), un libro che ebbe il merito di contribuire a far conoscere la Danzaterapia in Italia. La diffusione fu ampia e il volume è ormai esaurito da molti anni, eppure molte persone mi scrivono ancora per esprimere il loro gradimento. Recentemente ricevetti su Messenger il racconto di una signora che trovò il libro, usato, in un mercatino. Mi affrettai a consigliarle i nuovi testi ma la risposta fu, come sempre, la stessa: A ritmo di cuore ha qualcosa di speciale. Pare che sia lui, il libro, ad andare incontro alla gente, a farsi comprare e leggere di getto per rimanere poi, a lungo, sul comodino. Ogni volta la mia decisione di non pubblicarlo più vacilla… Così, dato che in estate i viaggi sono più frequenti per alcuni di noi, lo apro sul capitolo del viaggio, nella versione brasiliana del 2008. (No ritmo do coraçao, Phorte Ed.). Sistemo un po’, come quando si aggiusta un vestito a cui si è affezionati e mi dedico ad una sorta di arte del rammendo applicando come sempre il principio che di non sciupare la freschezza del “fiore” o arte dell’interpretazione, presente in ogni essere e, sicuramente anche in questo testo.


Mi fa piacere inaugurare il blog con un racconto emerso dagli scavi dell’archivio!


Appunti e riflessioni sul viaggio Oriente - Occidente (cap.2)

Chiunque conosca la forza della danza vive in Dio

Curt Sachs

Questo capitolo è un invito al viaggio. Oriente-Oriente, settentrione–meridione ma soprattutto “centro”. Per gli antichi Mexica i punti cardinali non erano quattro bensì cinque; la quinta orientazione era infatti: “dove sono io” e quindi il centro. Quattro direzioni si relazionano a un centro, che è in movimento. Con il nascere della danza moderna, l’entusiastica ricerca di un centro di movimento, intimamente connesso alle “radici” che permettono di realizzare la totalità dell’essere, si realizzò per molti danzatori-ricercatori nel viaggio.


Possiamo pensare a Isadora Duncan che sentì l’assoluta necessità di recarsi in Europa alla riscoperta delle danze elleniche, o a Ruth St. Denis e al suo amore per l’antico Egitto e l’India. Anche José Limon, per completare la sua formazione come artista danzatore, partì (dal Nord America) per il Messico, suo paese d’origine. Fu proprio l’immersione nella sua antica cultura che gli permise di creare coreografie cariche di un vissuto emozionale intenso, radicato in qualcosa di ancestrale, misterioso, come gran parte della cultura Maya o Azteca.


« I suoi ballerini appresero a sondare sempre le drammatiche e spirituali fondamenta

del loro movimento. Fu questa qualità che fece sembrare i suoi ballerini lievemente sovraumani nel senso di supremamente umani(1)


Il viaggio si potrebbe definire, per il danzatore, un’estensione dello spazio grafico del suo corpo nella danza, quasi una rappresentazione ingrandita dei grandi salti che concludono le lezioni di danza. Viaggiare per conoscere diverse culture e nello stesso tempo comunicare con la danza: proprio questo amano compiere alcuni danzaterapeuti. Antichi rituali o pratiche iniziatiche che riportino all’originario, che possa risuonare come un imperioso richiamo interiore. In un certo senso dimenticare tutto per perdere tutto e ascoltare la voce del corpo, quando esso è libero e si può pregare danzando. Viaggiare per “danzare la propria vita”: il cammino esplorativo rappresenta quindi un compimento, un tornare a sé per crescere con la danza.


Qualche volta può capitare di sentirsi arrivati a casa in luoghi che inizialmente possono essere vissuti come disorientanti ma, caduti alcuni condizionamenti culturali, si aprono possibilità sorprendenti: l’incedere sensuale delle donne turche, il morbido passo sul tatami (2) giapponese così come scalare una piramide dell’Antico Messico, possono radicare in percorsi interiori che uniscono all’entusiastica sorpresa un senso di appagamento. Molte persone provano già questo piacere nei luoghi in cui vivono, ma forse l’aprirsi al viaggio è anche aprirsi a dimensioni che non si trovano facilmente nella nostra cultura o che comunque non sono il fondamento su cui essa si basa. Non si danza nelle chiese e nemmeno più sui sagrati ormai da parecchi secoli, e non si danza molto nemmeno nelle scuole. Eppure sono convinta che il movimento sia benefico per tutti. Quando le emozioni trovano il modo di in canalizzarsi nella danza, il corpo, inteso nella sua totalità di corpo-mente-cuore, si libera da numerosi condizionamenti.


La danza compiuta in questi anni nel tentativo di ricollegarmi a radici profonde è divenuta un grande ponte tra diverse culture; mi sono ritrovata a cantare nenie magiche tra gli Indios del Messico o a praticare rituali sciamanici nei terreiros di San Paolo. Il Brasile è terra in cui confluiscono spiritualità danzanti da paesi molto diversi. Le realizzazioni che prendono forma hanno in sé radici tra le più varie e antiche. Mentre organizzavo workshop con gli allievi brasiliani mi accorgevo attimo dopo attimo di quanto, nelle mie proposte di Danzaterapia tra Oriente e Occidente, fosse presente una dimensione umana universale, una connessione spirituale autentica. Proprio attingendo a questa risorsa profonda che si trasmette in maniera immediata, empatica, è stato possibile stare nella relazione di aiuto anche con persone molto sofferenti.


Compiamo anche noi ora un viaggio nel passato e nel presente, in luoghi vicini o lontani, con il fine di cogliere il valore e la potenza della danza attraverso alcuni esempi in cui essa è espressione completa della persona e fa appello alle forze vitali presenti nell’uomo. Può diventare allora non solo pratica di consapevolezza, ma via di guarigione, regola di vita o anche via di accesso a una dimensione di assoluto. Questo viaggio, cioè questa ricerca di radici che permettono di scoprire connessioni e risonanze con popoli lontani, è un po’ come il cercare al di fuori un riscontro a intuizioni, aspirazioni che spesso l’artista, così come ogni persona sensibile, vive dentro do sé.


La Danza Terapeutica è un viaggio alla ricerca di noi stessi: con morbidi passi entriamo sotto la nostra pelle, ci addentriamo in magici labirinti, con sequenze di movimenti flessibili scaliamo, all’insù, all’ingiù, la piramide del nostro essere.


Spesso mi chiedono quale musica uso per la danza: tutte le musiche dei miei viaggi, ma prima di tutto quella del respiro e del battito del cuore. Punto di partenza e di arrivo: il centro, un centro che si muove con noi come un fedele specchio. Esso diviene la potenza motrice della nostra danza. Quando Jung visitò lo stupa di Sanchi, fu travolto da un intensa emozione, come sempre gli succedeva quando s’imbatteva in qualche cosa il cui significato gli rimaneva ignoto. Vedendo alcuni pellegrini giapponesi che compivano la rituale deambulazione cantando un inno, descrisse così la situazione:


«Guardandoli sentivo che il mio animo e il mio spirito erano con loro, e qualcosa dentro di me tacitamente li ringraziava per essere così meravigliosamente venuti in aiuto dei miei sentimenti inespressi.» (3)


Leggiamo ora la descrizione di una indimenticabile cerimonia vespertina presso il tempio di Dalada Aligawa (Sri Lanka):


«Vi erano cinque suonatori di tamburo: uno in ogni angolo dello spazio quadrato e il quinto al centro, un bel giovane, il solista, che era un bravissimo suonatore. Nudo fino alla cintola, la pelle scura lucida, con una cintura rossa, un bianco shoka (4), e un turbante bianco, le braccia coperte di braccialetti scintillanti, saliva fino al Buddha d’oro, portando un doppio tamburo, per recare l’offerta della musica. Poi, con bellissimi movimenti del corpo e delle mani, suonava da solo con una strana melodia, con arte perfetta. Lo guardavo standogli alle spalle; stava dinanzi all’entrata del mandapam (5) che era incorniciata da lampade ad olio. Il tamburo parla il linguaggio primordiale dell’addome o plesso solare; l’addome non prega ma produce il meritorio mantra o formula meditativa. Non si tratta dell’adorazione di un Buddha inesistente, ma di uno dei tanti atti di auto redenzione compiuti dell’essere umano risvegliato.» (6)


Il suono del tamburo mi ricorda i Kodò, percussionisti giapponesi che vivono in collettività nell’isola di Sado: tutta la loro giornata è dedicata alla musica e alla meditazione. Ebbi la fortuna di apprezzare la formazione originaria più volte nel corso delle tournée della compagnia in Occidente negli anni ‘80. Colpisce la totale implicazione nel modo di suonare: i suonatori di Taiko diventano corpo con lo strumento. Pulsante nel petto, il battito sottolinea un’intensa compartecipazione da cuore a cuore. In senso direi quasi letterale, il ritmo primordiale permette una profonda connessione tra i componenti del gruppo. Lo spazio dato all’ascolto e al silenzio accentua la ritualità. Kodò, secondo uno dei significati del termine, è il ritmo del cuore. Lo spettatore sente questa pulsazione nel petto e non può che vibrare aderendo direttamente al suono. Le formazioni successive del gruppo accentuarono la dimensione spettacolare mantenendo un livello tecnico notevole.


Celesti vengono chiamate le danze di Manipuri (località situata a nord-est dell’India): anche qui gli uomini danzano suonando grandi tamburi appesi al collo. Una potente energia emana dai corpi e dai suoni. La danza celebra l’amore tra il dio Krishna e Radha. L’amore non viene rappresentato con la pantomima ma con una comunicazione emozionale astratta di grande intensità. La danza indiana viene chiamata in sanscrito Drishya Kavya (visibile poesia). Così si esprime Radha, attraverso la danza dei cantanti-attori-danzatori:


«Tuoi sono tutti i miei pensieri, tutte le mie emozioni, tutti i sentimenti del mio cuore, ogni sensazione, ogni movimento della mia vita, ogni cellula del mio corpo, ogni goccia del mio sangue.» (7)


La danza in India è sempre stata considerata sacra. Essa rappresentava il mezzo prescelto per comunicare alla popolazione il contenuto delle sacre scritture. Fu dal movimento della spirale cosmica del dio Shiva che si creò l’universo. Il dio Shiva, infatti, è Nataraja, signore della Danza.


«Il più nobile movimento è la danza, perciò il Dio danza: è il più grande danzatore e danzando mette i pianeti in movimento; nel vostro petto potete sentire i passi dei piedi danzanti dentro di voi.»


Con queste indicazioni i maestri di danza indiana aiutano gli allievi a sintonizzare la musica con il ritmo interno. La danza si fa proprio a “ritmo di cuore”.


La più antica delle danze classiche indiane è il Bharata Natyam che data di duemila anni. Le posizioni estremamente precise delle sculture sui muri dei templi hanno anche un intento conservativo: nessun movimento può venir dimenticato o alterato. Leggo questo come un grande rispetto devozionale verso ciò che fu trasmesso dagli Antichi, che ricevettero a loro volta l’insegnamento dagli dei. Le sculture rappresentano una forma diretta e duratura di trasmissione comprensibile a tutti. I piedi dei danzatori, nudi, battono ritmicamente la terra con grande energia; il ritmo del danzatore e quello del percussionista si intrecciano in un vero e proprio dialogo. Le mani creano i mudra, gesti simbolici in relazione al plesso cardiaco, mentre le braccia disegnano linee di grande intensità espressiva. Inoltre:


«[…] dovunque la mano va, lo sguardo la segue; dove va lo sguardo, lo segue il pensiero; dove va il sentimento, li c’è il sapore” (rasa, il culmine dell’esperienza artistica).» (8)


Anche nella danza Kathak ritroviamo dei mudra molti simili ma qui l’influenza islamica si manifesta nella danza con un’accentuazione dell’elemento giratorio che diviene vorticoso; la danzatrice appare meno aderente al suolo in quanto il contatto con la terra è meno marcato rispetto alla precedente danza.


Vogliamo provare a girare anche noi con lei, aprendo le braccia nell’aria? La mano sinistra, è rivolta verso il basso, verso la terra e la povera gente, mentre la destra si dirige in diagonale verso l’alto, verso Dio: così m’insegna uno dei dervishi danzatori. Il senso del giro è antiorario. E’ il 13 dicembre e mi trovo a Konya, in Turchia; i monaci, seguaci di Mevlana Rumi, girano su loro stessi: è la loro meditazione. La danza è simbolo del ruotare dei pianeti.


Rifletto mentre guardo la tradizionale rappresentazione, sicuramente straordinaria e ipnotica ma, per la mia mente assetata di rito, essa assomiglia un po’ troppo a uno spettacolo. Guardo invece un video di Italo Bertolasi, fotografo che da anni conduce una ricerca sugli stati d’estasi; egli mostra la gente dei villaggi afgani che, totalmente presa da uno stato di danza, gira, gira, gira vorticosamente ovunque si trovi. Senso orario o antiorario non pare importante, crollano tutte le teorie: nessun movimento precostituito, tutto avviene spontaneamente. Avviene da sempre: per la strada e sulle piccole piazze dei paesi. Uomini e donne di tutte le età. Non c’è più nulla di composto, le candide corolle bianche delle sottane dei dervishi fanno posto ad abiti stracciati. Osservo i loro occhi: sono spaventosamente pieni di vita.


Ritrovo quell’espressione nelle persone che partecipano alle cerimonie di purificazione del Melukat nell’isola di Bali: occhi di bimbe che danzano in preda a uno stato di trance; eseguono complicatissimi movimenti perfettamente coordinate tra di loro, poi crollano a terra. Un attimo dopo riprendono a giocare, poi danzano ancora. Tutto ciò avviene alla tenue luce delle candele. Come scrive Grazia Marchianò:


«Ci sono state culture povere di conquiste materiali, fredde, come si usa dire, o assenti alla storia, ma mai quelle circostanze o quei modi di vita hanno impedito di accogliere, favorire e provocare esperienze estatiche, sia nel senso della percezione di uno distacco del corpo sia in quello del contatto entusiastico col numinoso.» (9)


Distacco dal corpo? Ma allora come si spiega la danza? Ancora Marchianò cita un antico testo tibetano:

«Potrebbe esserci beatitudine senza un corpo che la provi? Come la fragranza di un fiore non si coglie senza il fiore concreto, così senza un corpo vibrante e sensibile la beatitudine sarebbe sconosciuta.» (10)


Chi danza in Tibet? Le danze sacre, o cham, dette anche “di guarigione”, sono appannaggio dei monaci dei templi. Anche quando vengono mostrate qui in Occidente, spiegano i monaci, accompagnando le parole con meravigliosi sorrisi, che -non si tratta si uno show, bensì di una creazione di energie risananti-. Il cham è uno strumento attraverso il quale l’uomo entra in contatto con le proprie energie più sottili, influendo naturalmente sugli elementi -costituenti essenziali della materia e delle mente- creando un campo di armonia che agisce sull’ambiente e sugli esseri.


Proprio gli aspetti relativi ai 5 Elementi e alla loro progressione a livello mentale, emozionale, spirituale, sono fondamentali per il percorso della Danza Terapeutica o Danzaterapia tra Oriente e Occidente. L’esperienza di trent’anni di pratica con le persone più diverse mi rende sempre più consapevole del valore di questo studio e apre il mio cuore alla gratitudine e alla devozione.


E’ ora il momento di ritrovarci in Occidente per riflettere su una lettera dalla danza di Isadora Duncan:


«E’ possibile danzare in due modi: ci si può abbandonare allo spirito della danza e danzare l’oggetto di sé: Dioniso. Oppure si può contemplare lo spirito della danza e danzare come se si raccontasse una storia: Apollo.» (11)


La tragedia greca in origine veniva presentata con il dramma satiresco che era ricco di elementi dionisiaci. In questo modo l’apollineo (solare, razionale, luminoso, chiaro) e il dionisiaco (sensuale, irrazionale, sfrenato, scuro) si equilibravano. Così l’effetto della rappresentazione era terapeutico, “catartico” come scrisse Aristotele (da catairo= purifico) Sottolineerei inoltre l’aspetto rituale e collettivo della rappresentazione che durava alcuni giorni e a cui tutti i cittadini della polis partecipavano. Nelle Baccanti Euripide dà spazio al dionisiaco: sta terminando per la Grecia l’età classica, l’età dell’equilibrio. La danza sfrenata delle Baccanti è il totale abbandono a Dioniso, dio dell’ebbrezza.


«La sicurezza è essenziale alla felicità in alcuni domini, ma non tutti, scrive Nietzsche nella sua analisi della società greca. Il filosofo aveva chiaramente percepito che l’ideale greco di moderazione e di equilibrio in tutte le cose era apollineo, ma che i riti dionisiaci offrivano un’ uscita, giustamente prevista, alla monotonia e al controllo. L’uomo apollineo porta in sé Dioniso, un desiderio insopprimibile di trasgressione, di abbandono alla passione e al suo disequilibrio, e la libertà dell’irrazionale. La danza è un ‘esperienza che esige questa eccitazione; essa è, in questo senso, dionisiaca.» (12)


E in Italia? “ nemo fere saltat sobrius” (L’uomo sobrio non danza).


«Questo detto di Cicerone testimonia tutto il disprezzo dei razionalisti senza alcuna predisposizione all’estasi, per un’arte fiorente dappertutto, fuorché sul suolo arido dove predomina l’intelletto. Infatti, la storia romana della danza è più che povera.» (13)


Ecco quanto afferma Curt Sachs, padre della etnomusicologia e autore di una Storia della Danza in cui la danza viene finalmente inserita nelle storia della cultura. Privilegiare nella danza o nella vita l’apollineo ci porta a reprimere e nascondere tutto il lato dionisiaco in quella che potremmo definire parte Ombra. Anna Halprin (14) basa sulla conoscenza e sull’espressione dell’Ombra gran parte del suo lavoro di danza risanante per sé e per la Comunità da lei creata, il Tamalpa Institute.


Forse si potrebbe definire una ricerca nell’Ombra anche quella compiuta da Ernesto De Martino sulle danza della taranta. Spostiamoci dunque nella zona del Salento dove l’autore de La Terra del rimorso negli anni ’50 compì ricerche sul fenomeno del tarantismo da lui ipotizzato quale fenomeno culturale, da ricomprendere in una valutazione storico-religiosa e non quale malattia, così come viene invece visto dall’intelletto razionalistico.


«Tarantati erano tutti coloro i quali erano coinvolti in una vicenda che li caratterizzava come tarantati presso la gente del luogo e partecipavano alla ideologia della cura del morso della tarantula mediante la musica, la danza e i colori.» (15)


A proposito della Tarantella come danza, mi sembra opportuno citare Charles Didier:


«E’ la storia di una passione meridionale in tutte le sue età e le sue fasi. Ogni gesto è un’idea, ogni posa un sentimento. Pertanto la danza è contrariata, pudica, irresoluta: affascinante emblema di contrasti interiori d’un amore silenzioso; quindi la passione scoppia e trionfa, la danza si anima, travolge e passa dalla timidità all’audacia.» (16)


E’ questo il folk-lore, letteralmente “scienza del popolo”, energia vitale a cui la danza dà forma: cerimonia corporea, liberatoria, risanante.


Il ritmo della tarantella è in sei ottavi, un ritmo inebriante; si usa molto negli stili di danza che usano movimenti che richiedono coinvolgimento, abbandono. Rallentato, è un ritmo ottimo per l’esecuzione di movimenti a spirale. I miei allievi bambini amano molto muoversi a ritmo della tarantella, lasciando che tutto il corpo divenga preda del ritmo musicale.


Se il corpo divenisse preda dello spazio? Osserviamo un antico rituale che ancora si ripete: un uomo, in cima a un palo, alto decine di metri, batte ritmicamente i piedi su un tamburo, egli è il centro; gli altri quattro danzatori stanno arrampicandosi sul palo, poi, attaccati a una corda si gettano nello spazio, essi rappresentano i raggi del sole che fecondano la terra. Ritroviamo anche qui i quattro punti cardinali e il centro.


Sono in Messico, a Papantla. Anch’io mi sono vestita di bianco, con gli abiti tradizionali, quelli che portano tutti, comprati al mercato (non voglio sentirmi turista; stratagemma che si rivela piuttosto ingenuo, colgo parecchie occhiate ammiccanti!) Mi sono arrampicata sulle piramidi e ho dormito nelle campane degli Indios; ho giocato con i loro bambini, ho imparato un po’ le loro danze. Ma colgo lo sguardo ironico degli autoctoni quando questi uomini, i Voladores, si lanciano ridendo nel vuoto e sono l’unica a spaventarmi! Trattengo il respiro: la percussione del tamburo fa girare vorticosamente il perno a cui gli uomini sono attaccati. Poi di colpo si ferma. Gli uomini saltano a terra con noncuranza e corrono a bersi una birra. E’ ancora rituale? Il Messico è un paese surrealista: le contraddizioni esplodono senza paura di contrasti.


Mi trovo nella terra di Don Juan, la zona di Oaxaca, dove Carlos Castaneda arrivò, in veste di colto antropologo con un carnet da riempire di appunti. Lo sciamano non gli insegnò a pregare. Una notte lo lasciò in cortile, dicendogli: -Trova il tuo posto e lì siediti-. Al mattino Carlos era esausto e crollò a terra in quello che, sicuramente, si sarebbe rivelato il suo posto! Un posto da cui ripartire, continuando a viaggiare, per seguire “un cammino con un cuore”, pronto ad abbandonarlo, in qualsiasi momento, perché … “ se non lo ha, non serve a niente”.


«Per me esiste solo il cammino lungo sentieri che hanno un cuore, lungo qualsiasi sentiero che abbia un cuore. Lungo questo io cammino, e la sola prova che vale è attraversarlo in tutta la sua lunghezza. E qui io cammino guardando, guardando, senza fiato.»


(17)

1 Lewis, D. (1994-1999) The Illustrated Dance Technique of Jose Limon New York: Princeton Book Co Pub (T.d.A)

2 Tatami: pavimento tradizionale in paglia intrecciata

3 Jung,C.G. La saggezza orientale, Bollati Boringhieri, Torino: 1983

4 Shoka: una sorta di sottana lunga sino ai piedi.

5 Mandapam: sala d’attesa, (N.d.A.)

6 Jung,C.G. La saggezza orientale, Bollati Boringhieri, Torino: 1983

7 Da una documentazione del Teatro Tascabile di Bergamo

8 Ibidem

9 Marchianò, G. (1987). La cognizione estetica tra Oriente e Occidente. Milano: Guerini e associati 

10 Ibidem

11 Duncan, I. (1980), Lettere dalla danza. Milano: La Casa Usher

12 Sachs, C. (1980-2015), Storia della danza. Milano: Il Saggiatore

13 Ibidem

14 Halprin, A. (2009), Mouvement de vie. Bruxelles: Contredanse

15 De Martino E. (1961-2015), La terra del rimorso, Il Saggiatore Edizioni, Milano

16 In D’Aronco, G. (1962) Storia della Danza popolare e d’arte. Firenze: Leo Olschki

17 Castaneda, C. (1970-1999), A scuola dallo stregone. Roma: Astrolabio

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© 2015 by Monica Curioni. Consulenza testi: Benedetta Tobagi. Proudly created with Wix.com